Coltivi il futuro con curiosità e fiducia?
Come noi, forse anche tu hai un'attitudine propositiva.
Non significa che non hai paure o incertezze. Significa che vuoi partecipare, sia in chiave personale sia di imprenditorialità, che per noi sono due vasi comunicanti.
Di questo parliamo in PARDES.
Ogni episodio apre un tema di crescita ed evoluzione personale. Ti invitiamo poi a riflettere e a continuare la conversazione insieme a noi, che abbiamo un sacco di domande e insieme a te cerchiamo le risposte.

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Dove ti vedi nel 2030
Il tema della puntata è una domanda sfidante: dove ti vedi nel 2030?


Dove e come ti vedi tra 11 lunghissimi anni? Se il futuro lo progettiamo nel presente, stiamo creando le condizioni perché sia come vogliamo? O forse la nostra strada è già tracciata e allora nemmeno ci pensiamo?


Il primo ospite, nel 2030, si vede nei suoi luoghi che può chiamare 'casa'. Vorrebbe essere felice e circondata da persone felici. Vorrebbe essere in salute, economicamente indipendente e utile. Vorrebbe soprattutto arrivarci con una "valigia piena" di esperienze, di studi e di persone conosciute.


Il secondo ospite si immagina un 2030 in cui la tecnologia sarà "a portata di essere umano" e in cui non si parlerà più di digital detox perché le persone saranno tornate al contatto con la natura per necessità. Vede passaggi transgenerazionali di esperienze e competenze, dove le figure dei mediatori emotivi e comunicativi saranno imprescindibili (lui si vede tra questi).


Priel non sa dove sarà nel 2030. Al momento pensa prima di tutto ai suoi figli e si fa domande in relazione a loro. Il suo scopo continua a essere la sua autonomia di sistema (in chiave imprenditoriale e non solo) e anche tra 11 anni si vede un connettore di economia e pace nelle comunità e tra le comunità.


Federico, da padre, vorrebbe far provare tante cose diverse a suo figlio. Ma, nella difficoltà di immaginare un futuro positivo, si chiede come si fa a prepararsi a un mondo diverso. E facendo un gioco al contrario, si chiede se il Federico di dieci anni fa avrebbe mai immaginato dove si trova il Federico di adesso.


Enrico tende a guardare oltre il mondo del lavoro e si chiede soprattutto quale sarà la comunità in cui vivrà e quale contributo darà a quella comunità. E si chiede se rimarrà dov'è ora o sarà invece un migrante del XXI secolo.


E tu invece? Dove e come ti vedi nel 2030?


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Obiettivi
Il tema della puntata sono gli obiettivi. Cosa sono gli obiettivi? Che rapporto abbiamo con i nostri obiettivi? Come facciamo a riconoscerli?

Entrambi gli ospiti di oggi sono dei podcaster navigati.

Il primo ospite, partendo da un ricordo del suo passato, oggi sa bene che gli obiettivi - per essere veramente tali - devono essere raggiungibili e misurabili. Altrimenti, non sono dei veri obiettivi. Quello che possiamo fare, nei nostri diversi progetti, è stabilire degli obiettivi 'di processo' (da scegliere e da valutare lungo il percorso) e non 'di risultato'.

Il secondo ospite, nel determinare i propri obiettivi, sottolinea l'importanza di osservare la situazione esistente e i suoi fattori importanti. Una volta capiti, questi vanno sfruttati a proprio vantaggio. Altro dettaglio fondamentale è non fare piani perfetti, perché tanto già si sa che il mondo attorno a noi cambierà. Ecco la quindi l'estrema importanza di abbandonare il perfezionismo e puntare al coraggio del pragmatismo.

Ma come si fa a fissare degli obiettivi e a non confonderli con gli scopi, che sono i 'perché' che stanno alla base delle nostre azioni?

E se poi quegli obiettivi non li raggiungiamo? In questo caso, quel margine di 'non completamente riuscito' può tramutarsi in frustrazione. Ma può anche essere un carburante per migliorarci e ricercare nuove soddisfazioni personali.

In sostanza, "i sogni per essere raggiunti, un po' vanno uccisi". Forse perché i sogni, per quanto stupendi, sono sempre pericolosi. Quando non li accompagniamo con l'azione concreta (come piace dice a Federico) diventano l'anticamera della frustrazione.

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Il Ruolo del Genitore
Il tema della puntata è il delicato ruolo del genitore. Come si fa a essere oggi genitori? Come si fa a esserlo responsabilmente? Come si fa a sapere se si è pronti?

La prima ospite, genitrice di due figli, racconta l'importanza fondamentale che hanno avuto i suoi genitori nell'aiutarla a crescere e a scegliere. Il suo compito oggi è riuscire ad educare i figli nel modo più giusto (istinto) e nel modo più libero (rispetto senza giudizio), assecondando quella che è la loro natura.

Anche il secondo ospite, che sta per diventare padre, sottolinea l'importanza essenziale che hanno avuto i suoi genitori e, in loro assenza, sua nonna. Il suo intento verso i figli è partecipare attivamente alla loro vita tramite l'ascolto e insegnare a comprendere le loro emozioni, così che possano sentirsi felici e liberi di comunicare quello che sentono.

Ma come si fa interpretare il ruolo del genitore quando non è possibile - per un motivo - guardare ai nostri genitori come degli esempi?

Forse ricordandoci che gli insegnamenti possono essere trasmessi non solo in forma di frasi pronunciate, ma anche come esempi mostrati tramite i nostri comportamenti. I bambini infatti osservano e imitano i modi di agire e di reagire.

Nel ruolo di genitore, comunque, ci sono dei momenti in cui non abbiamo bisogno di studiare perché sappiamo istintivamente cosa fare con i figli. La nostra parola, i gesti e i movimenti che usiamo sono delle bussole per loro. Il nostro tono di voce è capace di farli sentire protetti, ispirarli o lasciarli scoprire.

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La formazione nel XXI secolo
Il tema della puntata è la formazione nel XXI secolo e ne parliamo con 3 ospiti.

Che cosa deve avere un professionista che oggi, in questo secolo, si occupa di formazione? Che cosa deve saper dare alle persone a cui trasmette conoscenza? Che cosa deve saper imparare da quelle stesse persone? In cosa deve differenziarsi dall'anacronistico binomio formato da trasmissione di nozioni e valutazione dei risultati?

Il primo ospite sostiene che un formatore deve approcciare a quei "microcosmi" che sono le persone (che non sono dei "vasi da riempire"). Un formatore dovrebbe: a) essere appassionato dell'essenza del fare formazione; b) chiedersi sempre cos'è che resta alle persone; c) domandarsi quale sia il modo migliore per equilibrare teoria e pratica; d) avere un certo grado di intelligenza emotiva ed empatia.

Il secondo ospite sottolinea l'importanza dell'empatia nel ruolo del formatore, facendo una provocazione: la formazione non dovrebbe diventare una materia di educazione della realtà scolastica? Le persone, cioè, non dovrebbero essere già educate a insegnare quello che imparano?

Il terzo ospite sostiene l'importanza della consapevoelzza del formatore (ma anche del progettista) di produrre un cambiamento negli allievi di un corso. Il compito di chi fa formazione è quello di "saper leggere il mondo": deve sapersi aggiornare di continuo, ascoltare gli allievi e mettersi dalla loro parte per offrire strumenti.

In questo secolo, la formazione dev'essere diversa perché la necessità del mondo del lavoro oggi sono diverse. Una volta ci preparava per lavori che avevano meno necessità di creatività, problem solving e capacità di gestire relazioni interpersonali. Oggi deve allenare all'adattamento e alla capacità di saper fallire (termini spesso inesistenti in molti modelli educativi).

Nel 2019 abbiamo un accesso alle informazioni mai visto in migliaia di anni. Una volta però le persone venivano formate e preparate per un mondo stabile e sicuro nei suoi contorni. Oggi le persone vanno invece allenate all'incertezza e alla capacità di offrire soluzioni al mondo.

Hanno partecipato alla puntata:

Irene Chiari, Luca De Rosa, Lorenzo Gant


Come sempre, noi siamo:
Priel Korenfeld, Federico Vitiello, Enrico Chiari

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Sono stati citati:

La Morte
Nella nuova puntata di Pardes torniamo a registrare live, da tre postazioni differenti.
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Il tema della puntata, registrata nel venerdì santo pasquale, viene scelto da uno degli ospiti. Ed è la morte.
Il timore della morte si può trasformare in una benzina per dare più forza a quello che facciamo?
Il primo ospite sostiene che la morte sia l'ultimo scacco di una vita che tende all'infinito alla gioia e che incontra sistematicamente il male che gli si mette davanti. Accettare questa ombrosità della vita è un grande dono che possiamo fare a noi stessi.
Ma noi riusciamo a immaginare come sarebbe la realtà se non ci fosse la morte? Lo scienziato Ray Kurzweil non solo ha provato a immaginarlo, ma sta cercando di architettare tecnologicamente la sua immortalità.
La morte forse può alimentare una nostra vitalità interiore, che si manifesta nella curiosità e nelle nostre azioni. Ma può essere qualcosa che ci tiene vivi oltre l'aspetto biologico?
Il secondo ospite ritiene che la paura della morte si trasformi in automatico in carburante verso i nostri progetti, quando questi hanno per noi un reale significato.
A quel punto, come possiamo però dare significato a quello che facciamo? E se questo fosse il nostro ultimo anno di vita, a cosa andremmo a dedicare le nostre più intense energie?
La paura della morte forse non è veramente la paura della morte. La paura della morte forse è la nostra paura di non vivere una vita - per noi - di significato.

Il tema di oggi è proposto dal pardesiano Andrea Virgilio
Rispondono gli ospiti:
Don Fabrizio, ascolta il suo podcast!
https://www.spreaker.com/show/babology
e
Angelo Ricci, ascolta il suo podcast!
https://www.spreaker.com/show/sognatori-svegli-pod...
Oltre ai soliti:
Enrico Chiari, Priel Korenfeld, Federico Vitiello


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Costruire qualcosa che le persone vogliono
Oggi nuovo esperimento in Pardes.
Stavolta scegliamo un tema comune, ma non registriamo assieme. Ne esce una puntata con i nostri tre interventi che sono diversi ma soprattutto fatti 'alla cieca'.
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Come si fa a costruire qualcosa che gli altri vogliono? Come si trovano le soluzioni nei processi che servono a dare al mondo delle soluzioni?
Come si affrontano i dubbi e le frustrazioni per cercare di creare qualcosa che ci rappresenti e che, allo stesso tempo, sia utile o interessante per gli altri?

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Link citati nella puntata:
https://medium.com/the-happy-startup-school/beyond...
Torniamo indietro nel tempo
Oggi torniamo indietro nel tempo!
Rivisitiamo le puntate che avete apprezzato di più. Dalla prima alla quattordicesima.
E vi proponiamo alcuni spezzoni tra i nostri preferiti.
Buon ascolto :)

Le puntate originali di questo viaggio indietro nel tempo sono:
PARDES 001 - cos'è e per chi è Pardes
https://www.spreaker.com/episode/16073518

PARDES 002 - e - il potere della gentilezza
https://www.spreaker.com/episode/16076359

PARDES 003 - f - abitudine
https://www.spreaker.com/episode/16189332

PARDES 006 - e - far succedere le cose
https://www.spreaker.com/episode/16362983

PARDES 010 - f - esiste felicità senza lavoro?
https://www.spreaker.com/episode/16591793

PARDES 013 - f - la sindrome del luccio
https://www.spreaker.com/episode/16759634

PARDES 014 - p - misurare l'esperienza
https://www.spreaker.com/episode/16852888


Ognuna di queste puntate ha dato il via a una conversazione che possiamo rileggere e ampliare come sempre nel gruppo dei Pardesiani su Facebook a questo indirizzo:
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Perdere l'entusiasmo
non tutti possono dare sempre il 100%
Nei nostri progetti, come si fa a non perdere l'entusiasmo a metà strada? Come si fa a tenere vivi i programmi e l'autodisciplina che hanno dato l'inizio a certe nostre attività? Come si fa, a un certo punto, a non rimandare quello che serve per andare avanti?


I questi primi 5 mesi la forza di Pardes, per esempio, è quella di aver fissato un obiettivo fin dall'inizio (10 puntate da realizzare). Dopo averne fatte venti, le prime dieci sono state pubblicate, le altre dieci ci sono servite 'solo' da palestra.


Dopodichè abbiamo condiviso delle valutazioni e abbiamo deciso di modificare il format delle puntate: aspetto che ha alimentato sia il nostro entusiasmo sia il nostro coinvolgimento creativo.


Sui progetti personali, diventa spesso fondamentale creare e rispettare una propria disciplina.

Nei progetti di gruppo invece, è essenziale tenere il fuoco acceso.

Questo comporta tre tipi di capacità: "guardare indietro", cioè saper celebrare quello che si fa. "Guardare avanti", cioè avere chiari i propri obiettivi e step. E "guardare ai lati", cioè saper "annusare" e ascoltare sia la propria frequenza che quella degli altri.


Il secondo ospite ci confida che, per non perdere l'entusiasmo nei suoi progetti, non si focalizza solo sul lavoro ma anche su se stesso. Poi continua a confrontarsi con le persone, incontrandole agli eventi formativi. E inoltre scrive gli obiettivi a cui punta e festeggia quelli già raggiunti.


La bugia che viene spesso diffusa è che tutti, in un progetto, possano dare sempre il 100%.

No, non è possibile: non tutti possono dare sempre il 100%.

A volte magari riusciamo a dare solo il 10%, ma per fortuna gli altri contribuiscono per il 90%. A volte invece siamo noi a essere la parte più forte che tiene in piedi i progetti.


Ciò che rimane determinante è sapersi sorreggere. A volte, in aria.




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Il Lusso
Il lusso, nella sua etimologia, è quello che è in eccedenza. E quello che è in eccedenza è "troppo" per definizione, rispetto a quello che ci basta.
Che cos'è il lusso? Che rapporto abbiamo con il lusso? È di per sé positivo o negativo?

Il nostro primo ospite associa il lusso alla disuguaglianza e all'ingiustizia sociale: se c'è qualcuno che accumula troppo denaro e non lo ripartisce, qualcuno ne ha per forza meno. Se guardiamo la natura, vediamo che lì il lusso non esiste: è qualcosa che si è inventato l'uomo.

Il secondo ospite ci confida che sta vivendo il lusso proprio in questo momento. Il lusso per lui è essere padrone assoluto del proprio tempo. Padrone del tempo nel quale vivere, al di là delle incombenze, delle responsabilità e del lavoro da fare.

Il terzo ospite ritiene che il lusso sia la capacità di aumentare il numero delle nostre possibilità di scelta, in qualsiasi condizione. Inizialmente, il denaro consente di aumentare le possibilità di scelta perché aumenta la possibilità di acquisto. Ma solo fino a un certo punto. Lo stesso vale per il sapere. E quindi? E quindi è il saper fare che sa generare, indefinitamente, nuove possibilità di scelta. Il saper fare è il vero lusso.

Il lusso, nella sua etimologia, è quello che è in eccedenza. E quello che è in eccedenza è "troppo" per definizione, rispetto a quello che ci basta.

Ma un conto è interpretarlo come gioco finito ("se io prendo di più, ne tolgo a te"). Se lo interpretiamo come gioco infinito, forse, il lusso è negli occhi di chi lo osserva. È un qualcosa di molto più soggettivo.

Senza scomodare la piramide dei bisogni di Maslow, quello che rimane fuori da ciò che per noi è strettamente necessario, più che essere negativo…forse è inutile. Ma non sempre. Perché quando quel "di più" è alimentato dall'altruismo e dalla vera filantropia applicata al reale, la storia andrebbe letta con meno ideologie.


Hanno partecipato a questa puntata
Marica Spagnesi
Francesco Facchini
Gabriele Bovina

Oltre ai soliti
Priel Korenfeld
Federico Vitiello
Enrico Chiari


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Le Collaborazioni
Sulla base di cosa scegliamo le persone con cui collaboriamo?
Stavolta registriamo dal Parco del Cormor, a Udine, con una novità assoluta: il primo ospite non fa semplicemente un commento, ma sceglie addirittura il tema della puntata stessa.


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Se uno dei tre grandi errori progettuali è "fare da soli", sulla base di cosa scegliamo le persone con cui collaboriamo? Come priorità poniamo la competenza in un settore, l'esperienza e la capacità di trovare contatti? Oppure le doti umane delle persone, quali rispetto e flessibilità, hanno per noi un valore prevalente?


Nella collaborazione, c'è chi cerca persone capaci di "andare a contrasto", cioè di saper dire di no (ma non a prescindere).


C'è chi ha esperienze negative di collaborazioni dove le fondamenta progettuali non erano state costruite in modo abbastanza robusto. Questo talvolta risulta determinante nella perdita di entusiasmo o nelle incomprensioni e sovrasta anche le capacità tecniche di saper fare "quello che siamo chiamati a fare".


Il secondo ospite dice che, per sua esperienza, per creare un team duraturo è fondamentale condividere i propri valori, essere allineati verso una direzione unica, creare le condizioni perché ci sia energia positiva e spinta propulsiva. Le competenze tecniche, per quanto necessarie, perdono molta efficacia se non si crea il giusto feeling tra le persone.


Le aziende, invece, come scelgono con chi collaborare? Ce ne sono alcune che valutano quanta compatibilità c'è tra la propria cultura aziendale e il tipo di persone che vengono valutate per una posizione al loro interno. E anche se può risultare meno sexy, la cultura aziendale è più forte della strategia. Quindi accoglie più facilmente persone meno competenti, ma più capaci di inserirsi in un contesto.


Nella procedura di recruiting, Google cerca dichiaratamente persone che non facciano "le prime donne", ma siano invece pronte a imparare grazie alla collaborazione con gli altri.


Curioso...anche perché poi, a dir la verità, le prime donne sono spesso uomini.


Link di approfondimento:
Le 5 caratteristiche che secondo Google contraddistinguono un team efficace.
1 - Sicurezza psicologica: possiamo correre dei rischi in questa squadra senza sentirci insicuri o imbarazzati?
2 - Affidabilità: possiamo contare l'uno sull'altro per svolgere lavori di alta qualità rispettando le scadenze?
3 - Struttura e chiarezza: obiettivi, ruoli e piani di esecuzione sono chiari nel nostro team?
4 - Significato del lavoro: stiamo lavorando su qualcosa che è personalmente importante per ciascuno di noi?
5 - Impatto del lavoro: crediamo fondamentalmente che il lavoro che stiamo facendo sia importante?
https://rework.withgoogle.com/blog/five-keys-to-a-successful-google-team/




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Il Perdono
La capacità di perdonare, se esiste, forse assomiglia alla capacità di amare incondizionatamente
Anche in questa puntata registriamo dal bellissimo Castello di Udine, ma stavolta abbiamo ben quattro 'ospiti' che ci fanno compagnia con un messaggio preregistrato.

Nelle nostre relazioni, che rapporto abbiamo con il perdono? Come lo chiediamo agli altri o come ce lo aspettiamo? E se non si avvera, che facciamo?

La capacità di perdonare, se esiste, forse assomiglia alla capacità di amare incondizionatamente. Significa riuscire a superare quello che è accaduto e non può essere cambiato, accettandolo senza però dimenticarlo. Ma soprattutto, ci chiediamo: tra l'augurare sventure, il progettare vendette e il saper perdonare, che cosa alla lunga ci fa stare meglio?

Il primo ospite, a cui non piace affatto il concetto di "perdono", parla di tre concetti complementari, molto presenti nella logica cristiana: colpa, pentimento e perdono. E poi indirettamente, ci fa nascere una domanda: è giusto porre così tante energie sul senso di colpa invece che su quello di responsabilità?

Il secondo ospite ci confessa che, quando chiede perdono a qualcuno, non perdona in automatico anche se stesso. Tende invece a rilanciare le proprie sfide personali e a pretendere maggiore impegno da sé.

Il terzo ospite ci racconta che quand'era più giovane tendeva a perdonare meno e che negli anni ha cambiato il proprio approccio, arrivando a sentire e usare il perdono anche come metodo educativo.

Il quarto ospite, infine, considera il perdono come una fondamentale chiave per la nostra serenità quotidiana. Perdonare gli altri non è volere più bene agli altri, ma a noi stessi.

E perdonare gli altri, magari, aiuta a imparare a perdonare noi stessi.

Hanno partecipato alla puntata
Leonardo Dri
Marinella Della Colletta
Manuele Ceschia
Miriel Mazzurco
Oltre ai soliti
Priel Korenfeld
Federico Vitiello
Enrico Chiari

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La disintegrazione del posto fisso
La disintegrazione del posto fisso è un fenomeno in atto ormai da anni.
Come nella puntata precedente, anche in questa abbiamo un paio di 'ospiti': due persone affezionate a Pardes che partecipano con un messaggio preregistrato. E anche questa volta siamo al castello di Udine.


La disintegrazione del posto fisso è un fenomeno in atto ormai da anni.

Ma non ha a che fare solo con il lavoro. Ha a che fare anche con un cambiamento epocale in atto, con il nostro tempo e con la nostra necessità di formazione continua.


Se vogliamo resistere a questi stravolgimenti, forse non basta dare fiducia a noi stessi. Dobbiamo anche dare fiducia anche al futuro.


Il posto fisso riveste un suo fascino perché dà ancora un'illusione di stabilità e certezza. Ma nulla è mai certo.

Ci sono sempre più persone per le quali, nei luoghi di lavoro, conta la soddisfazione personale e addirittura la propria evoluzione. Cioè, conta che cosa "si diventa" all'interno di un ruolo professionale.


Al posto di lavoro stabile in un contesto, c'è chi preferisce costruire un proprio futuro pianificando e attuando una formazione parallela. A volte, plasmando addirittura una nuova professione che segue desideri personali.


Il primo ospite parla di due tipi di obsolescenza. La prima è quella del posto fisso, cioè il lavorare tutta la vita nello stesso posto oppure lo svolgere per tutta la vita la stessa attività. La seconda riguarda invece il concetto stesso di professionista. Quello del 21° secolo che deve avere come bagaglio inevitabile alcune competenze un tempo considerate optional.


Il secondo ospite invece ci racconta la visione di un futuro entusiasmante. Un futuro dove il lavoro è un luogo flessibile che ci permette di goderci il frutto condiviso dell'intelligenza artificiale, produrre sapere collaborativo, istruirci e impollinarci a vicenda, costruire nuovi lavori per nuove esigenze che - forse - ancora non vediamo.




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Equilibrio
Che ruolo ha l'equilibrio nella nostra vita quotidiana?
Come nella puntata precedente, anche in questa abbiamo un paio di 'ospiti': due persone affezionate a Pardes che partecipano con un messaggio preregistrato.

Che ruolo ha l'equilibrio nella nostra vita quotidiana? Che rapporto abbiamo costruito o stiamo costruendo con l'equilibrio?

Il primo ospite ci racconta che la ricerca dell'equilibrio nasce fin da quando siamo piccoli. Come quando arriva il momento di togliere le rotelle della bicicletta: lì, con un po' di sana incoscienza, troviamo quell'equilibrio.

Il secondo ospite, invece, ci confida di percepire l'equilibrio tutte le volte in cui le sue identità plurime sono in armonia. E questo - dice - accade in momenti rari.
Alla lunga però, la nostra ricerca di un equilibrio può diventare ossessiva e spasmodica. Allora può essere utile ripartire da chi siamo.

Siamo cioè degli equilibristi, che possono passare solo lungo il filo? E se magari siamo in cerca anche di armonia, il nostro spazio di movimento non dovrebbe essere molto più ampio? Non dovremmo sperimentare diversi movimenti, compresa anche la caduta?

Poi c'è un equivoco diffuso: credere che l'essere "squilibrati" nelle proprie abitudini (senza ledere gli altri) sia a prescindere un difetto. Potrebbe invece essere una condizione essenziale per trovare un proprio personale modo di muoversi socialmente.

In certi gruppi, per esempio, il vero equilibrio lo si trova attraverso il contrasto. Non tramite il compiacente atteggiamento di volere un accordo per forza.

E anche in un'azione per noi assimilata fin da bambini (il camminare) l'adattamento all'equilibrio lo si raggiunge tramite la ricerca dello squilibrio. Il camminare, cioè, nella sua essenza è un continuo movimento ritmato di squilibrio.

E tu come ti senti in relazione al tuo equilibrio? Lo cerchi, lo rifuggi, lo accetti per come viene?

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Dimmi chi è il tuo eroe e ti dirò chi sei
Chi sono le persone che rappresentano per te una specie di bussola?
Nel marketing, per identificare e comprendere il cliente tipo nelle sue caratteristiche e abitudini personali, si parla spesso di user personas o buyer personas.

Uno strumento molto più leggero e snello è quello delle "3 F" (ideato da Nicholas Kusmich).


Si riferisce a tre azioni del nostro cliente tipo.

Follow: a chi si ispira maggiormente la persona.

Frequent: quali sono i gruppi in cui interagisce più spesso.

Fund: quali sono le cose per le quali spende con più frequenza.



Nella puntata di oggi parliamo della prima F e quindi ci focalizziamo su quelle persone che sono per noi un role-model, o un eroe o una fonte d'ispirazione costante nel tempo.



Il primo dei nostri due ospiti fa diversi nomi. Ma ci parla soprattutto dell'attrazione che nutre verso chi sa offrire punti di vista diversi dai suoi. Queste persone arricchiscono il suo pensiero e, a volte, riescono addirittura a farle cambiare opinione.



Il secondo ospite invece, come modello di riferimento, nomina Elon Musk. Per tre motivi principali: capacità di anticipare soluzioni per problemi di portata globale; attitudine a realizzare nel concreto quello che si progetta; accettazione attiva del rischio come competenza fondamentale.



I nostri tre modelli di riferimento (che ovviamente non ci eravamo confidati prima), sono molto diversi tra loro. Hanno fatto cose differenti, in tre epoche storiche diverse.



E tu, a quali modelli ti ispiri? Chi sono le persone che rappresentano per te una specie di bussola? Cosa hanno fatto per meritarsi questa tua fiducia o stima?


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Link

le 3F (Follow, Frequent, Fund) vengono da Nicholas Kusmich - www.nicholaskusmich.com


La pardesiana Alessandra Bergagna - http://www.geniale.biz/ ha parlato di:

Giulia Blasi - http://www.centodieci.it/giulia-blasi/

Alan Fletcher - https://it.wikipedia.org/wiki/Alan_Fletcher

Bruno Munari - https://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Munari


Il pardesiano Mauro Germani - https://www.linkedin.com/in/maurogermani/ della startup Soplaya www.soplaya.com, ha parlato di Elon Musk - https://it.wikipedia.org/wiki/Elon_Musk


Enrico ha parlato di Henry David Thoreau - https://it.wikipedia.org/wiki/Henry_David_Thoreau

Priel di Viktor Frankl - https://it.wikipedia.org/wiki/Viktor_Frankl

E Federico invece di Casey Neistat https://www.youtube.com/user/caseyneistat

L'etica Professionale
Nessuna persona, nel mondo del lavoro, direbbe di non avere una propria etica professionale.
Certo.
Ma cosa caspita è l'etica professionale?
Come nella puntata precedente, anche in questa abbiamo un paio di 'ospiti': due persone affezionate a Pardes che partecipano con un messaggio preregistrato.

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È forse un insieme di principi o di valori in cui ci riconosciamo? È una base essenziale, a livello di coscienza emotiva, da cui partiamo? O è forse una guida che seguiamo nelle nostre esperienze?

Come dice il primo ospite di questa puntata, "se nella mia vita applico due scale di valori differenti, mi trovo poi a vivere una dualità. E quella dualità è per me un conflitto che, alla lunga, può letteralmente distruggermi".

Un conto è affermare e includere i nostri principi in quello che diventa un personale codice etico. Un altro conto è incarnarli e, addirittura, onorarli.

Il secondo ospite invece, nella costruzione di una propria etica, ha elaborato proprio quattro regole personali che la rappresentano nel concreto.

E quindi, alla fin fine, dove la riconosciamo questa etica professionale?
Nei nostri comportamenti quotidiani.
Quelli che esprimono anche scelte difficili, fatte non sempre per esclusivi interessi personali.

E tu cosa ne pensi dell'etica professionale? Ne hai una che sei grado di ri-conoscere?

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La Sindrome del Luccio
Dopo il fallimento, come posso continuare a tentare?
Quando rischiamo pubblicamente - mettendoci impegno e passione - rischiamo anche di fallire pubblicamente e di rovinare pure rapporti.
Nel 1873 è stato condotto un esperimento sui condizionamenti mentali.

Alcuni ricercatori hanno messo un luccio in una vasca piena d'acqua in cui hanno inserito un cilindro di vetro con all'interno dei pesciolini.

Il luccio ha cercato di mangiarli all'istante, sbattendo però ripetutamente contro il vetro.

Il luccio ha continuato a provarci fino a darsi per vinto. Dopodiché i ricercatori hanno tolto il vetro divisorio. Ma a quel punto, è successa una cosa sorprendente: il luccio, condizionato in modo irreversibile, aveva ormai smesso di cacciare i pesciolini.

A molti è capitato di rimanere scottati in relazioni sentimentali finite male. Alcuni sono rimasti frustrati in tentativi imprenditoriali che sono naufragati.

D'altronde è naturale sentirsi come il luccio: quando rischiamo pubblicamente - mettendoci impegno e passione - rischiamo anche di fallire pubblicamente e di rovinare pure rapporti.

Allora come si fa a continuare a mantenere una mentalità aperta, coraggiosa e imprenditoriale? Come si fa a riprovarci, anche se l'impatto sul vetro ci ha lasciato ferite profonde?

Forse la nostra grande opportunità è iniziare a cercare quello che non abbiamo ancora visto. Provare a esplorare zone diverse dell'ambiente in cui ci troviamo, o cambiarle proprio per un certo periodo. Oppure guardare in modo diverso gli elementi che abbiamo a disposizione.

E tu? Hai una tua strategia per superare la sindrome del luccio?

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LINK E DATI

L'esperimento è stato fatto nel 1873 dallo zoologo tedesco (e crudele) Karl Möbius
Molto vintage, ma funziona: https://www.youtube.com/watch?v=qw18uKhV0AE

TEDx talk di Federico, in cui racconta la sua esperienza di fallimento e come si è rialzato: https://www.youtube.com/watch?v=tcAT6tu4KQM
il video è in inglese, ma è possibile attivare i sottotitoli in italiano.
Siamo Vecchi
L'età media si alza e i modelli educativi invecchiano
Mentre l'età media si alza, il mondo del lavoro non è più il percorso lineare a cui eravamo abituati. Quali sono gli strumenti per adattarsi al cambiamento?
Italia, anno 2019. Per la prima volta dal 1861, la percentuale di coloro che ha oltre 60 anni è più alta di quella di chi ha meno di 30 anni.

Premesso che l'età media si alza, il nostro sistema educativo è adeguato a preparare le persone per ciò che sta succedendo nel mondo?

E come si fa a supportare lo spirito imprenditoriale, in un contesto dove la maggioranza delle persone crede ancora nella linearità della vita (educazione, lavoro, pensione)?

Oggi se hai un posto di lavoro, non puoi tenertelo stretto così a lungo come in passato: devi aggiornarti e apprendere nuovi strumenti.

I millennial e i ventenni sono tecnologicamente più robusti dei propri genitori. Ma hanno anche l'umiltà di imparare da chi possiede un sapere che trascende l'utilizzo della tecnologia? E chi fa impresa, la fa perché serve a risolvere problemi concreti?

In diversi contesti gran parte dell'educazione deriva dal Fare, che significa sbagliare e imparare. E forse in tutto ciò, l'unica vera, fondamentale e irrinunciabile skill resta quella di sapersi adattare ai cambiamenti.

Ne parliamo in questa puntata, curiosi di sapere cosa pensate e soprattutto cosa sentite a riguardo. Scrivici qui.

Multitasking
Come posso gestire più attività contemporaneamente?
Dovremmo focalizzarci su un solo progetto per farlo bene. Ma non è sempre possibile: non posso cucinare prima la pasta e poi il sugo. Qual è il modo migliore per gestire due fornelli contemporaneamente?
Il tempo a nostra disposizione è limitato e vogliamo fare sempre più cose. Come si fa a realizzarle comunque tutte? La risposta magica è: multitasking. Faccio più cose nello stesso momento e sfrutto meglio il mio tempo. Ma è veramente così? È possibile fare più cose contemporaneamente? Oppure dovremmo focalizzarci solo su un progetto per farlo bene? E se a volte non fosse possibile lavorare su un solo progetto alla volta?
Se voglio far uscire dalla cucina più piatti, come faccio? Non posso cucinare prima la pasta, metterla da parte, poi il sugo... Nel frattempo la pasta si è scotta o raffreddata. Allora devo per forza trovare un modo per far funzionare il multitasking.

Ne parliamo nella puntata di oggi provando a riempire queste domande con le nostre risposte. Curiosi, come sempre, di conoscere la tua opinione, la tua soluzione, le tue domande che arricchiranno questa conversazione. Scrivici qui.